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L'arte italiana del XVI e del XVII secolo

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L’arte italiana del XVI
e del XVII secolo

L’arte italiana del cinquecento e del seicento del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno e della Banca del Monte dei Paschi di Siena, è in mostra a Castel Sant'Angelo di Roma.
Laura Gigliotti

 

Tre rassegne in una a Castel Sant’Angelo fino al 31 maggio, nell’ambito della XXVI Mostra Europea del Turismo e delle Tradizioni culturali. Pubblico e privato insieme per “L’arte italiana del Cinquecento e del Seicento” con opere provenienti dalle chiese di proprietà del Fondo Edifici di Culto (F.E.C.) del Ministero dell’Interno, dalla collezione della Banca Monte dei Paschi di Siena e recuperate dalle Forze dell’Ordine, dalle ceramiche a figure rosse del Metroipolitan di New York ai dipinti novecenteschi.

 

Il F.E.C. amministra oltre 700 chiese, distribuite in tutta Italia, degli enti religiosi disciolti a fine Ottocento. Molte di grande interesse storico-artistico. Come San Domenico a Bologna, Santa Croce a Firenze, Santa Chiara a Napoli, la chiesa della Martorana a Palermo e moltissime a Roma, dall’Ara Coeli alla Minerva, a Sant’Ignazio... In mostra  opere di artisti come Giulio Romano, il Cavalier d’Arpino, Guido Reni, Mattia Preti, Rutilio Manetti, Pietro da Cortona, Bernardo Strozzi, Cecco del Caravaggio...

 

Il Monte dei Paschi, la banca senese fondata nel 1472, ha costituito una collezione d’arte di grande pregio (16 mila opere) puntando sui momenti salienti della cultura senese. Ed è da questo vero e proprio museo che provengono le opere esposte a Roma, rare e preziose. Il Sant’Ignazio, un olio su tavola di Domenico Beccafumi, il Paliotto con i Misteri del Rosario della bottega del Sodoma, la Deposizione, un olio su tavola, di Salimbeni Ventura e i dipinti dei caravaggeschi senesi.

 

Una mostra che vuole, dice la Soprintendente del Lazio Rossella Vodret, far emergere l’immenso patrimonio del F.E.C. In un confronto “all’americana” con quello del Monte dei Paschi. Del resto durante il ‘500 e il ‘600 fra Siena e Roma i rapporti furono intensissimi.

 

Il personaggio chiave di questa relazione fu il medico senese, ma trapianto a Roma, Giulio Mancini, grande collezionista e amico di Caravaggio. Era lui che mandava a Siena le opere di Manfredi, di Caravaggio e faceva conoscere i caravaggeschi senesi a Roma.

 

Da Siena partirono per Roma Francesco Rustici e Rutilio Manetti, protagonisti della pittura caravaggesca a Siena. O Bernardino Mei, fra i massimi rappresentanti del barocco senese che lavora per papa Alessandro VII Chigi.

 

Fra i capolavori esposti, dalla Basilica di Santa Croce in Firenze, il Polittico di Giuliano Bugiardini, ricomposto per l’occasione dopo 200 anni, dalla chiesa dei Cappuccini di via Veneto a Roma, “L’Arcangelo” su seta di Guido Reni, notissimo e replicato infinite volte.

 

Eseguito per il cardinale Antonio Barberini, fratello di Urbano VIII, dal pittore ai vertici della sua maturità artistica, s’ispira alla visione dell’Apocalisse di San Giovanni a Patmos. Ma la vera novità della mostra è in una “non attribuzione” di un’opera in passato considerata di Caravaggio e conservata in attesa di restauro nei depositi di Palazzo Barberini.

 

Un santo decollato in abito da vescovo proveniente dalla chiesa di Sant’Antonio Abate di Palestrina, dipinto nel momento di trapasso tra la vita e la morte. Per alcuni Sant’Agapito, protettore di Palestrina, per altri San Gennaro.

 

Malgrado l’amore per Caravaggio, dopo il restauro e le analisi diagnostiche, si può dire – afferma la Vodret – che  non ha le caratteristiche di Caravaggio, pur essendo un’opera eccelsa. Ma è del primo allievo di Caravaggio a Napoli, Battistello Caracciolo”.
Laura Gigliotti